Foto presa in prestito dal sito "Piccola Penna"
Lucca, la città da cui è iniziata l'avventura narrata in www.orticolastici.it, è una splendida città d'arte dalla ricca storia. Il suo duomo ospita una statua lignea del Cristo nota col nome di "Volto Santo" che per secoli è stata oggetto di pellegrinaggio da parte di chi percorreva la Via Francigena in direzione di Roma. Proprio al passaggio dei pellegrini sembra essere legata la presenza di un labirinto inciso su una delle colonne della cattedrale. Il labirinto è integro, salvo una scalfitura che da alcuni è attribuita ad un'unghiata del diavolo. Qualunque sia il significato del labirinto (si veda in proposito il sito di "piccola penna"), esso ha un grande valore simbolico ed è stato d'ispirazione quando abbiamo deciso di creare un settore speciale dell'orto scolastico della "The bilingual school of Lucca". Quel settore accoglierà piante capaci di stimolare i sensi e avrà la forma di un labirinto. Anzi, già è così, sebbene sia ancora in fase di realizzazione.

Tutto è iniziato con una passeggiata per la città che ci ha portati proprio davanti al duomo per osservare il labirinto. Subito dopo è iniziata la progettazione del labirinto dell'orto scolastico. Noti i dati geometrici di riferimento, sostanzialmente imposti dalle dimensioni dello spazio disponibile e dalla necessità di sviluppare in esso sia spazi in cui camminare, sia delle strisce di terreno in cui posizionare piante arbustive ed erbacee, i bambini hanno elaborato progetti individuali restituiti tramite un disegno. In parallelo si è proceduto al tracciamento dei cerchi su cui avrebbe dovuto essere impostato il labirinto. Sulla base delle suggestioni lanciate dai bambini si è passati alla lavorazione del terreno per avere un vero e proprio labirinto coltivabile.

Tale lavorazione, pur iniziata con i bambini, è stata svolta durante le vacanze di Pasqua così da far trovare il labirinto pronto per le piantagioni al rientro a scuola. La lavorazione è stata svolta manualmente e ha consentito di sagomare il terreno rialzandolo un po' rispetto al prato originario, cosa che metterà alcune piante al sicuro dai ristagni d'acqua che non mancano nei periodi piovosi.
Come testimoniato dalle immagini, la costruzione del labirinto è stata anche un'occasione per studiare geometria, introducendo il raggio e il diametro, e per inventare un compasso capace di tracciare un cerchio del diametro di sei metri, oltre che di utilizzare un sistema di tracciamento di linee a terra adeguato alla situazione (abbiamo usato polvere di gesso).

Completata la preparazione del labirinto  è finalmente iniziata la fase di piantagione. Per il momento il labirinto ospita soprattutto bulbi, per lo più portati direttamente dai bambini, alcune piante aromatiche (salvia, rosmarino, timi, salvia ananas, santolina, elicriso, ecc.) e qualche fragola. Il centro del labirinto è stato simbolicamente seminato con un mais ottofile marchigiano e con girasole. Lo spazio per piantare è ancora molto e l'avventura del labirinto può ben dirsi "work - in - progress".
Nonostante questo è già molto chiaro che le cose più importanti che sono state seminate si chiamano cooperazione e condivisione.

Come scritto in apertura, Lucca è stata il luogo di partenza della storia raccontata in questo blog. Una storia che si tinge d'orto, ma che spesso lo reinterpreta per favorirne la capacità di fornire alla scuola e ai servizi educativi opportunità in linea con la loro mission. Il fare orticoltura didattica ha assunto una declinazione assai particolare nei nidi d'infanzia del Comune di Quarrata (PT) dove  è stata inserita nelle attività del PEZ - progetto educativo zonale - rivolte ai bimbi della fascia 0-3 anni. In questo contesto l'orto è stato trasformato in esperienza manuale e sensoriale e, a seconda delle opportunità offerta dai singoli contesti, ha dato luogo alla coltivazione di ortaggi e piante aromatiche in piena terra, alla piantumazione di alberi da frutto, alla nascita di orti in cassetta e allo svolgimento di laboratori con i genitori dei bambini. In quest'ultimo caso si svolgono semine in vari tipi di contenitori che vengono poi portati a casa e lì cresceranno con la cura attenta dei bambini.

Tra queste cose se ne è inserita una chea ha assunto particolare importanza. Si tratta della nascita di un piccolo angolo destinato a raccogliere le piante portate al nido dai bambini della cui cura si faranno man mano carico le famiglie. L'angolo in questione è una porzione di prato di difficile gestione proprio per la peculiare forma geometrica. Esso è stato vangato ed è diventato le scenario di lancio di un invito alle famiglie, cioè quello a piantare o seminare qualcosa.
L'invito è stato rafforzato in occasione di due laboratori di orticoltura rivolti ai bambini con le rispettive famiglie e il successo è stato notevole: non solo sono arrivate molte piante, ma le persone sono state capaci di cooperare per la messa a dimora delle stesse.

Il risultato è che un angoletto anonimo e problematico è divenuto un luogo di cura e osservazione, anche grazie al posizionamento sul posto di alcune panchine e alla disponibilità di un annaffiatoio.
Inutile dire che questo è solo un inizio e che ci vorrà un po' di tempo per capire se il messaggio lanciato si trasformerà in buona pratica, però il tentativo è in corso e vuole essere uno stimolo per chiunque voglia rendere più attraente il fuori di un nido determinando, al contempo, forme virtuose di coinvolgimento delle famiglie.

Per rimanere in tema di messaggi forti, chiudiamo segnalando che forme di coinvolgimento e partecipazione sono già in essere e dovranno svilupparsi sempre più in un'iniziativa che nasce da quella degli orti scolastici e che emula il tentativo ben riuscito dell'Orto del Giardino della Lumaca di Pietrasanta (LU). Si tratta de "La comunità dell'orto", il progetto che mira a far nascere un community garden a Lucca. Le associazioni "Ecoland - educazione e natura" e "Quartiere San Concordio" hanno, infatti, ottenuto in concessione dal Comune di Lucca un parco pubblico e stanno avviando il percorso che porterà alla nascita del community garden. Tra i principali promotori dell'idea figura chi sta scrivendo ma, ancora una volta, il risultato più importante sembra essere la volontà di fare cose insieme stimolando il senso di comunità che troppo spesso si è affievolito. Ancora una volta si semina e si rimane in attesa di quel che sarà. Intanto il nostro progetto di orticoltura didattica, dopo quello dell'Orto della Lumaca, festeggia questo secondo "spin - off".




Articolo a cura di Emilio Bertoncini, autore di "Orticoltura (eroica) urbana", originariamente apparso su ortiscolastici.blogspot.com. L'articolo è stato pubblicato integralmnete, ma si deve segnalare che l'avventura della Comunità dell'Orto non è stata fortunata e il progetto è stato largamente ridimensionato, anche in seguito all'uscita di Ecoland dai partner dello stesso.










Huertos de Logroño

Logroño è una città spagnola non molto famosa. Qualcuno la conosce in quanto tappa del Cammino di Santiago. Per altri è un luogo di nessuna importanza, ma per chi ama i vini il fatto che sia il capoluogo della Rioja potrebbe aggiungere qualcosa. Per qualche paleontologo è il capoluogo di una regione che offre numerosi affioramenti di impronte di dinosauri. Per me, fino a qualche settimana fa, altro non era che la grande città più vicina al luogo in cui vive David, un caro amico conosciuto anni fa mentre era in Italia con il progetto Erasmus.

Ora, almeno per me, è una città della Spagna in cui l'orticoltura (eroica) urbana fa passi da gigante. Quello che vi sta accadendo, infatti, dà un'idea molto precisa di cosa possa essere il “fenomeno orti urbani”, oltre che della capacità delle pubbliche amministrazioni di alcune zone felici d'Europa di fornire servizi di gran livello ai propri cittadini.

Ma cosa sta succedendo a Logroño? La risposta consiste in tre fasi di realizzazione di orti urbani o orti sociali. Tre fasi che si traducono in tre grandi orti realizzati in tre anni consecutivi: dal 2012 al 2014. E i numeri sono da capogiro: 68 parcelle ortive di cinquanta metri quadrati messe a disposizione dei cittadini il primo anno, 82 il secondo e 80 il terzo. Si tratta di 230 orti assegnati con tre distinti bandi per un periodo di 3 anni. Trovandomi in vacanza ospite del mio amico non ho potuto fare a meno di andare a visitarli e di parlare con qualcuno degli orticoltori urbani che vi lavorano.
E' nel primo sabato di settembre del 2014 che arrivo al cancello della “Fase 1”. Siamo nei pressi del cimitero cittadino e non è difficile capire dove si trovano gli orti. Un pizzico di fortuna non guasta e proprio all'ingresso incontriamo una delle componenti del “consiglio dell'orto”. Idurre, la mia guida di origine basca, le spiega chi sono e perché vorremmo entrare nell'orto. Un gran bel sorriso e qualche spiegazione precedono il nostro ingresso. Capisco subito che c'è un clima particolare e caratterizzato da una grande semplicità. La ragazza ci spiega che gli orti sono stati affidati a seguito di un sorteggio nel 2012 in esito a un bando aperto a chi fosse interessato. Poiché i richiedenti erano molti il comune ha deciso di realizzare altri orti. “Fase 2” e “Fase 3” si trovano dalla parte opposta del cimitero. Ogni orto è dotato di un rubinetto per l'irrigazione, si può coltivare ciò che si vuole purché si tratti di ortaggi, con una piccola deroga per qualche pianta da fiore, e si può praticare solo agricoltura biologica. Naturalmente non si possono vendere i prodotti raccolti. Il canone annuale da pagare per coprire le spese comuni è di 50 euro. Ci congediamo ed entriamo. Anche sul piano tecnico tutto sembra all'impronta della semplicità. Una semplicità che riflette anche una certa bontà delle relazioni umane. Per esempio, il confine tra le parcelle, cioè tra i singoli orti in concessione, è quasi invisibile. Agli angoli di ogni parcella c'è un paletto di legno di sezione circolare alto qualche decimetro. Lui disegna il rettangolo assegnato e solo in pochi casi da un paletto all'altro corre un filo sottile, come uno spago. Intuisco che il regolamento dell'orto consente solo l'uso di tutori di legno: non c'è traccia di altri materiali. Di legno è anche il bordo di ogni area ortiva, che è chiuso da una sorta di trave di legno a sezione rettangolare.
Si coltiva di tutto, senza particolari sorprese. Ci sono i pomodori, i cavoli, le insalate, molti peperoni, qualche melanzana e via dicendo. Due bambini in compagnia della madre e di un'altra signora danno acqua al proprio orto. Poco dopo il cancello si apre: è un papà con due bambini. Entrano con le biciclette, le posizionano nelle apposite rastrelliere e vanno al proprio orto. È vicino ad un grande contenitore in cui si raccolgono gli scarti vegetali. L'orto è dominato da tre grandi cisterne. E' lì che viene immagazzinata l'acqua per l'irrigazione dopo il pompaggio dal pozzo. Una delle cisterne serve “Fase 2”, la nostra prossima destinazione.

“Fase 2” e “Fase 3” accolgono i pellegrini del Cammino di Santiago annunciando l'arrivo in città. Il secondo dei due è manifestamente nuovo e non tutti gli orti sono ancora coltivati. È qui che riusciamo a parlare con più persone e che si delineano vari scenari d'uso. Due ragazzi (di quelli che viaggiano per i quaranta…) ci spiegano che hanno due orti in concessione, uno per ciascuno, ma che hanno deciso di coltivarli insieme. Scopro che è una pratica diffusa. Ci sono famiglie che condividono più spazi. Forse c'è anche qualche furbetto che coltiva più spazi intestati a più amici. “E' difficile da controllare e, forse, va bene così”, ci dicono. Per ora nessuno si lamenta. Accanto a noi c'è un'intera famiglia al lavoro. Si va dai nonni ai nipoti. Ci spostiamo un po' e grazie al mio fotografare e riprendere con una videocamera ci viene incontro una persona. Ci fa un po' di domande e diamo spiegazioni. Poi è il suo turno. Lui viaggia per i sessanta anni e fino allo scorso anno non aveva mai coltivato ortaggi. Ha messo insieme qualche ricordo dell'infanzia, quando suo padre coltivava un orto, qualche lettura su internet, un po' di coraggio e l'aiuto degli altri orticoltori. “Quando non so come fare chiedo agli altri e altri chiedono a me”, ci dice. È lo spirito giusto.

Mi muovo per gli ampi viali degli orti, tutti praticabili con un automezzo, sebbene al massimo gli orticoltori entrino in bicicletta, e guardo le persone all'opera. Ce ne sono di ogni età. Solo più tardi scoprirò che devono essere residenti in città da almeno cinque anni. L'unica cosa che noto è una grande serenità. Poi ci sono i sorrisi, qualche parola scambiata e sguardi che scrutano gli altri. Ci trovo una grande armonia e davvero non sembra di essere alla periferia di una città che conta oltre 150.000 abitanti. Proprio mentre scrivo questo articolo leggo (e ricordo) che Logroño dal 2012 è la capitale gastronomica spagnola. Le due cose devono andare di pari passo. Io, però, non lo so e, in fondo, non è così importante. Ciò che conta, invece, è seguire le eroiche gesta di un'amministrazione comunale che sta puntando molto sugli orti urbani. Lo fa concretamente, senza troppa enfasi e in risposta alla domanda dei propri cittadini. Davvero un bel modello!

Gli orti di PEZ

Che bel nome per un personaggio immaginario che si aggira di orto in orto! PEZ potrebbe essere uno spaventapasseri che cerca l'orto più bello in cui stabilirsi per qualche tempo oppure un uomo fatto di "pezza" che arriva nelle scuole a controllare lo stato dell'orto.


Le storie inventate sono belle, ma quella che voglio  raccontare è tanto bella quanto vera.

PEZ non è un personaggio (che peccato!), bensì un acronimo che sta per "Progetto Educativo Zonale". Come si legge sul sito web della Regione Toscana, i P.E.Z. permettono la realizzazione di attività rivolte ai bambini e ragazzi dai 3 mesi ai 18 anni di età e intervengono sia nell'ambito dell'infanzia (per sostenere e qualificare il sistema dei servizi per la prima infanzia, promuovere la continuità educativa, coordinare i servizi e formare il personale), sia nell'ambito dell'età scolare (per prevenire e contrastare la dispersione scolastica, promuovendo l'inclusione di disabili e stranieri e contrastando il disagio scolastico, nonché per promuovere esperienze educative/socializzanti durante la sospensione del tempo scuola).

L'esperienza di orticoltura didattica a scuola di cui sono protagonista da alcuni anni (la trovate all'indirizzo www.ortiscolastici.it) è divenuta protagonista, in varie forme e modi, dei PEZ di tre Conferenze Zonali per l'istruzione toscane. Si tratta di quelle dell'area pistoiese, della Valdinievole e della Piana di Lucca. Ognuna di esse ha avuto la capacità di declinare tale esperienza in modi diversi.

L'area pistoiese, attraverso il progetto La cassetta degli attrezzi, ha introdotto tra le attività rivolte alla famiglie dei bambini che frequentano i servizi educativi e le scuole una serie di laboratori di orticoltura che, in adattamento agli spazi disponibili, costituiscono un invito a rendere ordinario e quotidiano il rapporto con le piante e, soprattutto, con quelle che possono darci il cibo di cui ci nutriamo. Si tratta di sessioni della durata di circa due ore durante i quali bambini e genitori, spesso bambini e nonni, collaborano per seminare e piantare ortaggi in contenitori divario tipo che sono poi portati a casa. L'attività mira a valorizzare i rapporti di collaborazione tra generazioni e a stimolare le abilità manuali dei bambini. Non ultimo, la scelta dei contenitori di semina (vasetti di plastica di riuso, vasetti biodegradabili e vasetti per attività vivaistica) consente di fare alcune riflessioni su temi agronomici, ambientali ed economici collegati al mondo agricolo.

La Conferenza Zonale per l'Istruzione della Valdinievole ha, invece, optato per un corso di formazione rivolto alle educatrici (e ben pochi educatori) dei servizi per l'infanzia e alle insegnanti della scuola dell'infanzia. L'obiettivo dichiarato è quello di migliorare l'offerta educativa migliorando gli spazi esterni dei nidi e scuole d'infanzia. PEZ, il nostro amico immaginario, in questo caso si trova di fronte alla sfida di trasformare i partecipanti in progettisti provetti che sappiano utilizzare le piante ornamentali e da orto per realizzare tunnel verdi, labirinti capaci di stimolare i cinque sensi, orti destrutturati, edible gardens e molto altro. Per questo motivo il corso si è rapidamente evoluto in una sorta di laboratorio di progettazione condivisa.

Nella Piana di Lucca, infine, l'orticoltura didattica a scuola è diventata uno strumento per favorire l'inclusione scolastica dei bambini speciali, cioè quelli con qualche forma di disabilità. La scelta è stata quella di vivere l'orto scolastico come luogo di incontro e scambio tra tutti i bambini della classi coinvolte favorendo la partecipazione corale ai lavori svolti. Ne sono nati quattro piccoli orti scolastici e alcuni laboratori svolti in classe che valorizzano la presenza di questi bambini e ragazzi e che vorrebbero costituire essi stessi un piccolo seme capace di rendere l'orto un luogo di interazione e integrazione permanente. E' per questo che ci piace immaginare PEZ intento ad animare questi orti anche durante l'estate e, di nuovo, alla ripresa della scuola.

PEZ sa essere sfuggente e non sarà facile stargli dietro tra gli orti (e i giardini) in cui è stato chiamato a migliorare le cose. A noi piace augurargli un buon lavoro e coltivare l'idea che da queste nuove esperienze nascano anche nuovi modi di fare scuola e educazione all'aperto.

Articolo a cura di Emilio Bertoncini, autore di "Orticoltura (eroica) urbana".

Effimero, didattico, sociale: tre volti degli orti urbani

Proprio dove la nostra visione più o meno fantasiosa del mondo medievale vorrebbe vedere un fossato a protezione del castello, a Carcassonne, città francese della regione dell'Aude, c'è un orto, forse un giardino. A confondere le idee attorno ad un confine concettuale di per sé sfumato, ci pensa l'idea progettuale: si tratta di un orto-giardino effimero ideato dal paesaggista Bruno Marmiroli. Effimero perché nel perseguire l'obiettivo di creare uno spazio educativo per studiare e lavorare sul tema delle piante, esso muta ogni anno.
Così l'orto - giardino medievale del 2012 si è successivamente trasformato ospitando gli ortaggi arrivati in Francia del XVI secolo. Grazie al lavoro degli studenti del Lycée agricole de Charlemagne, che fin dall'inizio collaborano al progetto insieme alla locale scuola bilingue Calandreta, l'orto è stato trasformato ancora traendo ispirazione nella scelta delle piante dal lavoro dell'architetto Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc. L'ultimo tema utilizzato ha condotto alla realizzazione dell'orto - giardino dei fiori e delle piante mediterranee.

L'idea progettuale è interessante da molti punti di vista. Prima di tutto il coinvolgimento diretto e fattivo delle scuole. Gli studenti del liceo agrario non solo contribuiscono ogni anno alla progettazione del nuovo allestimento, ma lavorano concretamente alla sua realizzazione. La scuola bilingue franco - occitana progetta e realizza la cartellinatura con i nomi delle piante in latino, occitano e francese. In tutto questo il lavoro non è "una tantum", ma costituisce il progetto di ogni anno scolastico. Altro aspetto di grande interesse è il fatto che quello spazio, pur nella sostanziale (ma non completa) stabilità dell'organizzazione, muta ogni anno. Questo lo rende nuovo e produttivo di interesse e conoscenza anche per chi vive e lavora a Carcassonne. Infine, il visitatore che giunge a Carcassonne per ammirare la città fortificata viene sorpreso e condotto su un tema imprevisto e proposto in modo inusuale, quindi capace di generare attenzione. Sembra ovvio sottolineare che avere uno spazio di questo tipo a disposizione offre anche l'opportunità di creare momenti ed eventi a tema.

Se nell'esperienza appena descritta la funzione didattica è  di assoluto rilievo, nell'orto del Muse - Museo delle Scienze di Trento essa è centrale. L'orto si divide, infatti, in oltre 20 distinti spazi tematici che vanno dall'orto tipico del Trentino a quello sinergico, dall'orto dei piccoli frutti a quello dei fiori di campo. In occasione dell'anno mondiale delle leguminose lanciato dalla FAO circa metà degli spazi tematici quest'anno ospitano legumi. Si tratta di oltre venti specie e decine di varietà di legumi sia italiani, sia di altre parti del mondo, dal Giappone alle Americhe. Tra le specie presenti segnaliamo ceci, lenticchie, lupini, fave, piselli, cicerchie e fagioli. Per le specie e varietà rampicanti fanno bella mostra di sé anche varie soluzioni per sostenerle.
Come nel caso di Carcassonne, gli orti sono per lo più coltivati in letti rialzati con ampi spazi che consentono di muoversi e curiosare scoprendo particolari degli ortaggi spesso a noi sconosciuti. L'orto è nato in chiave didattica ed è oggetto di visite libere e guidate e di momenti didattici specifici. In questa estate è stato anche il teatro di un'iniziativa molto particolare: lo sportello legumi. Si tratta di momenti in cui i volontari del MUSE accolgono i cittadini che portano al museo semi di varietà locali di legumi. L'iniziativa è stata ideata per contribuire al recupero e alla conservazione delle cultivar locali.

L'uso del letto rialzato e una certa connessione con la storia locale ci porta al terzo caso presentato in questo articolo: gli orti del progetto "Il mio orto in città" del Comune di Palmanova, in provincia di Udine. All'interno della bellissima cerchia muraria che la caratterizza (altro elemento in comune con la cittadella fortificata di Carcassonne), Palmanova ospita l'ex Caserma Piave. Quasi a voler simbolicamente violare la barbarie nazista che trovò compimento tra le mura della caserma, sulla sua resede sono nati e stanno crescendo, anche di numero, gli orti urbani di cui si è dotata la città.

Gli assegnatari degli orti sono chiamati a coltivare nei 32 metri quadrati messi a loro disposizione ortaggi, piccoli frutti e fiori nel rispetto dei canoni dell'agricoltura biologica. C'è, però, nelle intenzioni del comune qualcosa di più, cioè la volontà di promuovere "luoghi sani di socialità". L'allestimento degli orti ha avuto luogo nel segno dell'incontro tra comunità con destini diversi in virtù del coinvolgimento di migranti - richiedenti asilo. Simbolicamente la consegna ai concessionari del lotto di orti inaugurato il 28 settembre 2015 è avvenuta proprio per opera dei profughi. Anche questo è un momento di grande valenza educativa e didattica.

Tutti e tre gli esempi sono sintomatici di come l'orto possa costituire un elemento versatile che alla praticità e utilità del raccolto di ortaggi ed erbaggi può affiancare facilmente funzioni di natura didattica e sociale.

[Le riflessioni di questo articolo sono frutto della visita ai tre orti che, pur effettuata in momenti diversi, mi ha fornito stimoli e spunti da condividere - per conoscere meglio il mondo degli orti urbani vi consiglio di leggere il mio libro "Orticoltura (eroica) urbana"]

Articolo a cura di Emilio Bertoncini, autore di "Orticoltura (eroica) urbana".







Orti (eroici) lucani

E' un pomeriggio d'agosto del 2017, nel bel mezzo di un'estate che sarà ricordata tra le più calde di sempre, quando il navigatore della mia auto mi porta nel parcheggio di uno dei palazzi di Via Ondina Valla, nel quartiere di Macchia Romana, alla periferia di Potenza. Sono in viaggio per Matera, ma da alcuni giorni ho scoperto che il progetto "Comunità a raccolta, oltre il proprio orticello" ha dato vita ad una grande area ortiva proprio in questo frammento del capoluogo amministrativo lucano e, come accade spesso, sono venuto a vedere con i miei occhi come vanno avanti le cose. Non sono pochi, infatti, i casi in cui ai grandi fasti di internet corrisponde una realtà assai desolante. Non in questo caso: qui gli orti ci sono e sono rigogliosi. Il progetto promosso dal Circolo Legambiente Ken Saro Wiwa in collaborazione con il Comune di Potenza e sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attraverso il Fondo dell’Osservatorio Nazionale per il Volontariato continua a dare i propri frutti.

Quando spingo il cancello che delimita l'area degli orti sociali mi accoglie il sorriso di uno dei concessionari. Scoprirò molte cose su di lui nei pochi minuti in cui parliamo, ma la più importante è che si tratta di un quarantenne: questo è un luogo in cui coltivano fianco a fianco anziani e giovani. "Si impara gli uni dagli altri", dice il mio interlocutore, "e io che sono tra i meno esperti ho molto da imparare". Mi guarda un po', poi prosegue: "per esempio dovrei imparare che non è questa l'ora giusta per dare l'acqua, ma io sono libero in questo momento e non ho altre possibilità. Venire la sera è anche più bello perché si chiacchiera un po' con gli altri", prosegue lui mentre mi muovo tra gli orti osservando e scattando fotografie. Io sono già rapito da quel che vedo e che sento.

Trovo conferma a molte mie idee: gli orti urbani sono spazi di apprendimento, di scambio, di socializzazione. Sono anche spazi di riqualificazione del paesaggio urbano, di biodiversità agraria, di riconquista di funzioni e opportunità. Prova ne sia il fatto che, oltre agli orti, quest'area ospita anche degli alveari. Sono arrivati grazie al progetto pilota Api e Orti, un’iniziativa che prevede il monitoraggio delle api collocate presso orti urbani al fine di valutare lo stato di salute degli insetti e, di conseguenza, la qualità ambientale degli spazi circostanti. Oltre a Potenza, sono coinvolte le città di Milano e Bologna.

Le api voleranno, monitorate almeno fino a questo autunno, sui 34 lotti ortivi di circa 65 metri quadrati ciascuno che coprono una superficie complessiva di 3.500 metri quadrati. Non solo orti sociali, già menzionati, ma anche orti per le famiglie, tutti assegnati attraverso un bando ad evidenza pubblica in base a criteri di reddito, età e residenza nel quartiere. Gli orti sociali hanno l’obiettivo principale di rompere l’isolamento di alcuni gruppi di cittadini, come gli anziani, incentivando fenomeni di socializzazione e incontro. Gli orti per le famiglie costituiscono principalmente un'iniziativa di sostegno al reddito attraverso la produzione orticola finalizzata all'autoconsumo. La vita degli orti è normata, come altrove, da un regolamento che i concessionari si impegnano a rispettare. Quelle appena trascritte non sono parole vuote, ma una realtà concreta che ha preso il via nel maggio 2015 e che naviga ormai oltre il secondo anno di vita.

“Quest’area, altrimenti abbandonata", leggo in una nota di Legambiente, "è stata salvata dalla cementificazione selvaggia grazie all'impegno di volontari, cittadini comuni che hanno deciso di dedicarsi alla cura di questa piccola casa comune". In due anni dagli orti sono passate scolaresche, ragazzi del servizio civile, associazioni che svolgono attività con persone diversamente abili e molti altri cittadini. "Ogni giorno facciamo un piccolo passo in avanti verso la costruzione di una città diversa, improntata a stili di vita sostenibili”, prosegue la nota. Io, intanto mi incanto davanti alle parole di  Ken Saro Wiwa che campeggiano sul muro della rimessa degli attrezzi.

Ancora qualche scatto, poi il saluto con l'ortolano sorridente (abbiamo parlato senza dirci i nomi perché in certi orti sembra di conoscersi già dopo due parole). La famiglia mi aspetta per proseguire verso Matera.

Non sono i chilometri a separarmi dagli orti di Agoragri, ma la scoperta di una città meravigliosa e della sua storia che sa di resurrezione, di un miracolo sociale e culturale che ogni giorno auspico per il nostro paese. La città della vergogna nazionale ai tempi di De Gasperi che nel 2019 sarà Capitale europea della cultura! L'unico timore è che l'Italia debba ancora scoprire quest'eccellenza nazionale, un po' come fu costretta a scoprire dalle parole di Carlo Levi lo stato di miseria e disgrazia in cui versava la città subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

"Tu lo conosci il carosello, vero?", mi chiede Mariella mentre ci aggiriamo negli spazi di Agoragri, in Via dei Normanni a Matera. Io che due giorni prima ho scoperto il peperone crusco e che ancora non ho parlato, come avverrà dopo poche ore, con uno chef mi incanterà descrivendo l'uso del Peperone di Senise, la guardo con una faccia che, probabilmente, dice più di molte parole: della biodiversità locale non ne so proprio niente. Il tramonto incombe, ma Mariella non si arrende e mi descrive questa cucurbitacea senza fermarsi un attimo. Agosto quest'anno è tremendo e, se gli orti lucani di cui parlo vivono una canicola attenuata dalla quota, la siccità è tremenda. Così ad una parola seguono un getto d'acqua, una manopola da girare, un'imprecazione e un sospiro di sollievo. Sul finire darò una mano anch'io perché in alcuni punti l'impianto di irrigazione non c'è e il tubo dell'acqua non arriva. Usiamo dei secchi che sembrano la soluzione migliore del mondo e io rifletto su come gli orti urbani siano capaci di portare sotto gli occhi di tutti una biodiversità che è contemporaneamente biologica, agraria e culturale. Non solo: gli orti si presentano come uno scrigno dei saperi pronto a schiudersi di fronte ad un occhio attento e una mano volenterosa.

"Agoragri", dice Mariella, è il sogno di Mimi Coviello che diventa un parco urbano pubblico con un orto sinergico, un teatro di paglia, degli orti familiari e un padiglione di legno per gli eventi". Ancora una volta è tutto vero e piacevolmente davanti ai miei occhi. Forse è molto di più, è anche la caparbietà di chi non si arrende di fronte agli spazi cittadini che diventano dei "non luoghi", semplici brandelli di territorio attorniati da strade e case per i quali non si trova un uso adeguato e che si finisce per abbandonare a sé stessi. Il lavoro dell'Associazione Agrinetural, che ha fatto nascere questo spazio, mira proprio "a capire e sviluppare un metodo operativo per riqualificare gli spazi verdi abbandonati e/o inutilizzati delle città, al fine di trasformarli in orti e giardini, luoghi di relazione, promuovendo buone pratiche di agricoltura urbana e l’ecologia civica, unendo tradizione e innovazione e proponendo un programma educativo per la sensibilizzazione e l’apprendimento tecnico". A questo scopo ha sviluppato una piattaforma digitale che mette in relazione gli spazi verdi urbani dismessi con le comunità di cittadini che desiderano prendersene cura.

Non c'è solo terra smossa in quest'orto e le risorse per realizzare quello che campeggia davanti ai miei occhi l'Associazione Agrinetural ha dovuto trovarle partecipando a bandi e concorsi, facendo rete in un sistema virtuoso. Agoragri, infatti, è stato realizzato nell'ambito del progetto Basilicata Fiorita 2015, promosso dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019 e dal Comune di Matera, congiuntamente al bando Nuovi Fermenti 2014 della Regione Basilicata. Non solo: il lavoro volontario di alcuni semplici cittadini e l'aiuto di partner tecnici e sponsor pubblici e privati sono stati determinanti, così come un approccio molto particolare alle realizzazioni. Il teatro e il padiglione eventi sono nati in concomitanza di workshop formativi dando un senso didattico non solo agli spazi progettati e realizzati, ma anche alla loro costruzione. Si tratta di un approccio non comune che procede proprio mentre scrivo grazie all'iniziativa "Piantiamo il futuro ad Agoragri" durante la quale è prevista la nascita dell'oliveto. Ma ci sono anche laboratori per bambini e talks durante i quali si riflette sul ruolo degli spazi verdi urbani, di come può nascere una community degli orti e di come essa possa vivere dandosi delle regole. E su questo aspetto si gioca, probabilmente, il futuro di questo progetto che, non va dimenticato, vive il proprio primo anno di vita.

Nei suoi orticelli tondeggianti e nell'orto sinergico si trovano, forse, le chiavi del successo di un'operazione che è, a mio modo di vedere, soprattutto un'intervento di ingegneria sociale nel quale, ancora una volta l'orto è più strumento che fine, più occasione e mezzo che obiettivo. Non è un caso che l'Università della Terza Età sia stata una delle prime realtà che ha avviato una collaborazione attraverso la coltivazione e che guardando questo spazio al tramonto sembra che manchi una sola cosa: le biciclette dei bambini. Arriveranno, ne sono sicuro, perché i bimbi sono bravi a scoprire le cose che sanno di buono. Con loro arriveranno le famiglie e si scopriranno nuovi modi di fare comunità. Matera è troppo vivace per perdere un'occasione del genere, troppo eroica per non riempire di vita che spazio che nasce vivo per vivere. 



Mentre osservo Mariella al lavoro in un tramonto d'agosto, faccio anche una promessa a me stesso: tornerò in questi orti eroici per capire come queste due esperienze siano capaci di cambiare il destino della lucania dei quartieri, quella della gente di Potenza e Matera.

Articolo a cura di Emilio Bertoncini, autore di "Orticoltura (eroica) urbana".

Orticoltura (eroica) urbana

Orticoltura (eroica) urbana non è un semplice manuale sull’orticoltura, ma un inno alla consapevolezza che ognuno di noi, nel suo piccolo, possa fare qualcosa e che la somma di tanti piccoli “qualcosa” possa essere una rivoluzione pacifica e fondamentale: quella della riappropriazione della capacità di produrre il proprio cibo.

Orticoltura (eroica) urbana è scritto prima di tutto per chi non avrebbe mai pensato di leggerlo. Poi per chi è interessato al tema. Infine per chi è convinto che l'agricoltura sia legata esclusivamente al mondo rurale, cioè che abbia un senso solo quando si mette in campagna.

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